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Il Carisma e la spiritualità

Il senso di una vita

La clausura accolta come dono e scelta come libera risposta di amore,
è il luogo della comunione spirituale con Dio e con i fratelli e le sorelle,
dove la limitazione degli spazi e dei contatti
opera a vantaggio dell'interiorizzazione dei valori evangelici.

(Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 59)

Quando le persone arrivano la prima volta in uno dei nostri parlatori, facilmente mostrano un certo imbarazzo, un po' di timidezza nell'accostarsi ad una realtà che, per molti versi, appare un mistero. Certo si chiedono - e ci chiedono - quale sia il senso di una vita passata così, fra quattro mura. Molte volte, andando via dopo un incontro, manifestano la loro sorpresa per aver trovato, dietro quella grata che incuteva un certo timore, volti sorridenti e cuori gioiosi. Insomma, pensavano di tuffarsi in un buio medioevo e si sono ritrovati, invece, in una solare contemporaneità.
Il fatto è che quando si cerca di rimanere uniti a Dio - pur con il fardello di tanti limiti - Egli comunica la sua luce, la sua pace, il suo amore: se stesso. Ecco allora che, dopo aver tratteggiato la cornice storica, in questa seconda parte del nostro cammino apriremo lo scrigno dei doni spirituali che lo Spirito Santo ha dato alla Visitazione. Non sono solo per noi. Se è vero che non tutti sono chiamati a vivere la nostra stessa vita nella sua interezza, è altrettanto vero che le grazie del Signore non sono riservate a pochi eletti e che ciascuno - secondo il suo bisogno - potrà trarne le perle che preferirà.

Il carisma

È lo Spirito Santo l'autore e l'ispiratore dei carismi della vita consacrata. (Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 64). 
Si sente spesso questa parola: carisma. Ma che cos'è il "carisma di un Istituto"? In parole molto semplici si può dire che è il dono specifico che lo Spirito Santo dà ad un Fondatore perché coloro che sono chiamati a far parte dell'Istituto stesso possano rivivere uno degli infiniti aspetti della vita di Gesù, Verbo Incarnato. È così che - tanto per fare esempi che stanno sotto gli occhi di tutti - ci sono consacrati che insegnano, imitando Gesù Maestro; ce ne sono altri che curano i malati, ispirandosi alla sollecitudine di Cristo verso le tante miserie che affliggono gli uomini; vi sono, poi, i Sacerdoti, che sono chiamati ad essere presenza viva del Buon Pastore tra i fratelli... e così via, con mille manifestazioni diverse.

Dolcezza e umiltà

"Lasciando che i grandi Ordini già stabiliti nella Chiesa onorino Nostro Signore con opere eccellenti e virtù impressionanti, io voglio che le mie Figlie non abbiano altro ideale che quello di glorificarlo con la loro umiltà".

(San Francesco di Sales, Lettera, giugno 1615)


Per tornare a noi: qual è, allora, il dono specifico della Visitazione? Innanzi tutto imitare Gesù nel suo intimo colloquio con il Padre e, per mezzo della preghiera, portare in questo "cuore a cuore" tutti e singoli i bisogni di tutti e singoli i nostri fratelli in umanità. Imitarlo, poi, nel vivere quell'insegnamento esplicito che dà ai discepoli:

"Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore"

(Mt 11,29).

Gesù non ci ha chiesto di imparare a fare miracoli, ma di imparare a seguirlo nella via della piccolezza, del nascondimento, della sua infinita dolcezza verso gli uomini, verso di noi, insomma, che - troppe volte - siamo tutto fuorché umili e dolci! Infine, imitarlo nel mistero che ci caratterizza: la Visitazione. Dov'è Gesù in questo mistero? È nascosto nel seno di Maria; eppure, proprio attraverso di Lei, servendosi della sua presenza e della sua voce, Egli si rende presente ed agisce. Elisabetta, infatti, ricolma di Spirito Santo, si rivolge esplicitamente a Colei che riconosce "Madre del mio Signore" dicendo:

"appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino [Giovanni Battista] ha esultato di gioia nel mio grembo"

(Lc 1,44).

Imitare Gesù nel mistero della Visitazione, perciò, significa anche vivere un profondo rapporto di intimità con la Madre, affidandosi totalmente a Lei, vivendo in Lei ogni aspetto della nostra piccola esistenza.
La dolcezza dello spirito della Visitazione emerge anche da un altro elemento: l'apertura sia a persone non giovanissime sia a coloro che non hanno una salute - diciamo - di ferro. San Francesco di Sales, nel suo ministero di direttore di anime, si era reso conto che erano molte le giovani e le donne che mostravano il desiderio profondo della vita religiosa, e per le quali si poteva parlare di "vocazione". Però gli Ordini del tempo erano troppo rigidi: prevedevano veglie, digiuni e mortificazioni che non erano alla portata di tutte. Così il Signore gli diede l'ispirazione di fondare una famiglia religiosa il cui cammino verso Dio fosse incentrato più sulle mortificazioni interiori - la dolcezza e l'umiltà, dicevamo - che su quelle fisiche. In questo modo lasciava aperta la porta anche a coloro che non avrebbero potuto abbracciare modi di vita più austeri. Questa sua apertura non deve, però, far pensare ad una sorta di mediocrità, tutt'altro! Una vita intessuta tutta sul telaio della dolcezza e dell'umiltà richiede un allenamento costante ed una notevole determinazione. Il Signore sollecita ed aiuta, illumina e concede tutte le grazie necessarie, ma non elimina la fatica di un "sì" che va ripetuto ogni giorno, anzi, ogni momento!

Nascondimento

"È mia opinione, come lo era pure del nostro Beato Padre, che Dio volesse che le Figlie di questa Congregazione fossero le adoratrici e le imitatrici degli annientamenti del suo Divin Figlio e della sua vita perfetta, interiormente tutta nascosta in Dio e del tutto comune davanti al mondo".

(Santa Giovanna Francesca di Chantal).Imitatrici degli annientamenti del Verbo Incarnato

Dolcezza, umiltà, semplicità di vita... sono tutte caratteristiche apparentemente insignificanti e per nulla attraenti; in effetti, un ulteriore cardine di questa vocazione è la piccolezza, il "non apparire". La scelta del nascondimento può suonare strana, può sembrare una fuga, ma non è così. Ci possiamo spiegare meglio con un'immagine: quella dell'albero. Di un albero si vede quasi tutto, ma la parte indispensabile, senza la quale non potrebbe mai sopravvivere, sta sottoterra: sono le radici. Ad un albero si possono potare tutti i rami, a volte lo si può persino tagliare alla base, ma lui ricomincia a crescere. E questo fino a quando le radici sono sane, al loro posto: nel momento in cui fossero portate alla luce, l'albero morirebbe. Usciamo dalla metafora: la nostra funzione è quella di essere le "radici" per la Chiesa e per l'umanità. Attraverso una vita di preghiera e il dono di noi stesse al Signore, imploriamo dal Cuore di Dio tutte le grazie di cui ciascuno ha bisogno. Da questa vocazione fondamentale nasce quel nascondimento che, tra l'altro, oggi come oggi è anche un modo per riparare a tanto male che viene compiuto in nome dell'apparenza. Quante persone ritengono che l'essenziale della vita sia apparire! Si rincorrono la carriera, la casa, la bellezza, il successo - sotto mille forme - e poi tutto questo diventa arraffare, sottomettere gli altri, scavalcarli... insomma: si fa di tutto per arrivare. Il nostro - lo diciamo subito - non è un nascondimento per morire, ma per vivere una vita più grande: la vita nello Spirito.
E non si pensi che la conseguenza sia l'isolamento dagli altri, oppure una visione distorta della realtà. Anzi, in questo senso forse il pericolo più grande lo vive chi, all'esterno, rischia di vedere il mondo solo attraverso la lente deformata di certa televisione! E poi non siamo affatto isolate, solo che oggi si tende a scambiare la comunione (cosa che si realizza aprendo il cuore all'altro per camminare insieme verso Dio) con la vicinanza fisica. Non è la molteplicità dei contatti e delle informazioni che crea comunione, ma il riassumere in sé tutte le speranze e le angosce del mondo per presentarle al Signore. Quindi, pur nella nostra piccolezza, cerchiamo di guardare alla realtà, per quanto difficile, con gli occhi di Dio. Per questo si diventa più sensibili al dolore altrui: con la grazia del Signore, si impara a cogliere l'essenziale e a lasciar perdere l'accessorio. Il nascondimento, insomma, è un grande mantello che protegge la verità e la delicatezza dell'amore.

La missione

La missione è essenziale anche per gli Istituti di vita contemplativa.
Le claustrali la compiono dimorando nel cuore missionario della Chiesa, mediante la preghiera continua, l'oblazione di sé e l'offerta del sacrificio di lode. Così la loro vita diviene una misteriosa fonte di fecondità apostolica e di benedizione per la comunità cristiana e per il mondo intero.

(Istruzione Verbi Sponsa, 7Coro: luogo di incontro con Dio di cuori che pregano)

Nessuna spiritualità è destinata solo alla santificazione personale: anche noi, pur non uscendo dal monastero che in casi assolutamente eccezionali e non avendo un impegno apostolico, abbiamo una missione. Consacrazione e missione sono inseparabili; cambiano - certo - le modalità, ma non potremmo assolutamente concepire la nostra vita come una nicchia chiusa, un qualcosa ad uso e consumo personale. Nessun carisma nella Chiesa è dato per la persona che lo riceve, ma sempre per l'utilità di tutti. In questo ambito ci sentiamo rivolgere di frequente una domanda: "Ma a cosa serve questa vostra vita?". Per comprenderlo veramente ci si deve porre per forza nell'ottica della fede. Al di fuori di essa, un monastero di clausura è semplicemente un assurdo. Nella fede non solo sappiamo, ma spesso percepiamo che la realtà non è limitata a quel che si vede e si tocca: le "cose dello spirito" non sono meno vere di quelle materiali! Basta pensare ad un'esperienza che tutti ci accomuna: l'affetto, la solidarietà, l'amore non si toccano con le mani, eppure nessuno può ragionevolmente dire che non esistono. Partendo da tale consapevolezza, la risposta sul significato di questa nostra esistenza, così nascosta, assume varie sfaccettature.

Indicatori del Cielo

Nel nostro mondo, dove sembrano spesso smarrite le tracce di Dio, si rende urgente una forte testimonianza profetica da parte delle persone consacrate. Essa verterà innanzitutto sull'affermazione del primato di Dio e dei beni futuri.

(Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 85).

Indicatori del cielo Testimoni dei beni futuriInnanzi tutto,  una comunità claustrale è un segnale sempre puntato verso il Cielo, un richiamo alle realtà che non passano. Anche un ateo, se si ferma con sincerità a rifletterci su, non può non chiedersi come sia possibile che delle creature umane, del tutto uguali a quelle che gli passano accanto, riescano a vivere in modo così inusuale. Se ciò avviene - e siamo qui a testimoniarlo! - deve per forza esserci un "perché" o un "per Chi" più grande e più forte. Il nostro compito primario, infatti, sta nella testimonianza silenziosa, nell'essere un "segnale indicatore" di ciò che non passa e a cui tutti dobbiamo tendere. Paradossalmente, per quanto non sempre compresa, è proprio il nostro mondo che ha estremo bisogno di tale "indicazione". Basta guardarsi attorno e "contemplare" per pochi minuti la frenesia che regna sovrana, il caos, la fretta, la corsa per arrivare non si sa ben dove; e poi l'avvoltolarsi di tante persone in una vita senza senso, spesa alla caccia costante dell'effimero. Come si fa a restare indifferenti? Queste considerazioni sono per noi una specie di "calamita" che tiene le nostre ginocchia piegate e le mani giunte nella preghiera, anche quando fisicamente ci occupiamo d'altro. Se lo vogliamo dire con parole più semplici: noi stiamo davanti a Dio a nome di tutti, perché ciascuno abbia la forza di vivere nelle realtà di questo mondo con lo sguardo fisso a quelle eterne, le quali - tra l'altro - sono le uniche che danno vero significato alle prime.
La nostra vita, poi, indica il Cielo non solo come meta cui tutti siamo incamminati, ma anche come bene supremo che merita il dono di tutto ciò che siamo. C'è, insomma, uno "spreco" nella nostra esistenza che richiama l'unguento prezioso, di vero nardo, che Maria di Betania sparge sul capo di Gesù qualche giorno prima della Passione (cfr. Gv 12,1-8). Quell'unguento è la nostra vita, siamo noi stesse. Oggi si è portati a valutare ogni esperienza sulla base di ciò che di utile ne deriva. È vero che i bisogni sono tanti, che sono tanti i poveri, i vecchi, le persone sole e abbandonate che reclamano una vicinanza ed un gesto d'amore. Ma c'è anche un altro grido che siamo chiamate ad ascoltare: quello di Gesù che ha detto alla nostra sorella Santa Margherita Maria:

"Ho una sete ardente di essere onorato dagli uomini nel Santissimo Sacramento; ma non trovo quasi nessuno che si adoperi ad estinguere la mia sete e corrisponda al mio amore".


Nella bolla di canonizzazione della Santa, Benedetto XV - ad esempio - riporta che Gesù, un giorno, le ricordò il suo amore infinito per gli uomini e si lamentò di venir corrisposto con ingratitudine, ostinazione e oltraggi. Il Signore aggiunse:

"Tu almeno compensa l'ingratitudine del loro abbandono".

Non v'è dubbio, perciò, che se Dio sceglie ancora oggi delle anime perché gli vivano accanto - impegnate in un compito di riparazione per gli innumerevoli peccati che vengono commessi contro di Lui - non fa che esercitare il suo legittimo diritto di Creatore, Signore e Redentore. A coloro che vorrebbero che la carità fosse solo orizzontale, Gesù continua a ripetere: "Lasciala fare" (Gv 12,7-8). Lo "spreco" di vite donate senza alcun apparente vantaggio è ciò che riempie la Chiesa del "buon odore di Cristo" (cfr. 2Cor 2,15), esattamente come duemila anni fa Maria riempì la casa di Lazzaro di soavissimo profumo (cfr. Gv 12,3).

Al passo con i Fratelli

Con animo libero e accogliente, con la tenerezza di Cristo, le monache portano in cuore le sofferenze e le ansie di quanti ricorrono al loro aiuto e di tutti gli uomini e le donne. Profondamente solidali con le vicende della Chiesa e dell'uomo d'oggi, collaborano spiritualmente all'edificazione del Regno di Cristo.

(Istruzione Verbi Sponsa, 8)


Ci troviamo spesso a far fronte ad un'altra obiezione. Molti ci dicono: "Le suore dalla mia parrocchia se ne sono andate, non si trovano più in asilo, in ospedale non si vedono... e voi, perché state qui, con tanti bisogni che ci sono?". Con quel che abbiamo detto fino adesso forse si può capire, andando in profondità, la forza di una missione vissuta in modo diverso, a livello universale, planetario. Nessuno potrebbe vivere in clausura se non portasse in cuore una grande tensione a dare la vita, interamente e per tutti. Nessuna claustrale può concepire la sua vita come un vivere all'interno di un orticello, coltivando la propria santificazione, quasi in modo egoistico. No, il cuore non può rimanere così stretto, ha bisogno di spazi enormi, e sono gli spazi del bene dei fratelli. La nostra perciò non è una specie di esistenza "angelica", disincarnata, staccata dalla realtà e dai problemi della gente. Se ci è permessa un'espressione piuttosto forte, diciamo che noi viviamo "nella nostra carne" le ansie, le attese e anche le gioie di tutti. Qui più che mai bisogna tornare a quel che annotavamo all'inizio di questo capitolo: solo la fede ci può far cogliere la realtà nascosta sotto il velo delle realtà visibili. È vero che i nostri contatti diretti con il prossimo sono piuttosto limitati, ma questo va a vantaggio di una maggiore interiorità, di un modo più profondo di condividere i suoi drammi.
In effetti, è proprio perché "parliamo con Dio" che camminiamo realmente al passo faticoso di tutti i fratelli! Condividiamo, infatti, il suo amore di Padre, la sua sollecitudine, la sua preoccupazione per coloro che se ne vanno lontani da Lui. Ripetiamo ogni giorno il nostro "fiat!", unendolo a quelli di Gesù e di Maria, per diventare strumenti nella diffusione del Regno. Maternità spirituale ad imitazione di quella della Vergine Madre
Noi siamo lì, davanti a Dio, in sostituzione di tutti quelli che non ci stanno perché non possono o perché non vogliono, chiedendo a questo amorevolissimo Padre di avere misericordia e di intervenire con la sua grazia onnipotente a sanare situazioni, corpi e anime. Così restiamo concretamente accanto ai nostri fratelli.
Si tratta di quell'atteggiamento che la tradizione chiama "maternità spirituale".
L'anelito alla maternità è iscritto nell'intimo più intimo di ogni donna, e noi non facciamo eccezione. Con il dono della vocazione il Signore ci dà la possibilità di realizzarlo nella forma più piena: partecipando alla maternità spirituale di Maria, che è riflesso della paternità universale di Dio. Ci sentiamo veramente madri spirituali delle anime: per esse preghiamo, soffriamo, doniamo la vita; e questo è un aspetto veramente esaltante dell'esistenza. Lo stesso titolo che abitualmente le persone usano per rivolgersi a noi - "Madre" - dice tale realtà. La gente semplice percepisce tutto questo, tant'è vero che moltissime persone vengono ad affidare a noi le loro angosce e i loro problemi estremamente concreti - famiglia, lavoro, salute... - chiedendo l'aiuto di un conforto, appunto, "materno" e della preghiera, certe che Dio solo, in ultima analisi, tiene saldamente in mano le redini dell'esistenza.

Per la Chiesa e per i Sacerdoti

Nei fondatori e nelle fondatrici appare sempre vivo il senso della Chiesa, che si manifesta nella loro partecipazione piena alla vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni, nella pronta obbedienza ai pastori, specialmente al Romano Pontefice.

(Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 46).

Se è vero che siamo vicine ad ogni fratello, è anche vero che siamo qui per tutta la Chiesa, a cominciare da quella locale. È un inserimento che, nel rispetto del carisma specifico, si realizza in modi diversi. Il primo, quello più essenziale, è semplicemente il nostro esserci. Siamo chiamate ad essere le radici dell'albero - si diceva - ed il primo "ramo" a beneficiarne è la diocesi di cui facciamo parte. Anche se siamo nascoste, pulsiamo - letteralmente - al ritmo del cuore della Chiesa. Il nostro compito è quello che Santa Teresa di Gesù Bambino sintetizzava così:

"Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore".

In concreto questo significa, sì, preghiera ed offerta al Signore, ma anche un impegno per aiutare i fedeli con cui entriamo in contatto a vivere una vera comunione con i loro pastori.
Vorremmo qui, tuttavia, sottolineare anche un altro aspetto: la nostra particolare vicinanza ai Sacerdoti. Per noi Visitandine si tratta di qualcosa di costitutivo, profondamente radicato nel carisma originario. San Francesco di Sales, infatti, ci definiva "Figlie del clero". Era talmente convinto di questo, che aveva stabilito che la sua "piccola Congregazione" dipendesse dal Papa tramite il Vescovo diocesano e che non avesse Superiore o Superiori generali. Così, in effetti, è ancora oggi. Ma al di là della legge scritta, vi è un legame più profondo.
Il Sacerdote è colui che ci dona il Cristo vivo e vero nell'Eucaristia e che ci offre la pienezza della misericordia nella Riconciliazione. La presenza di Gesù tra noi è ciò che dà senso pieno al nostro camminare - spesso faticosamente - sui sentieri di ogni giorno. Da Lui abbiamo ogni grazia, ogni forza, ogni conforto nei momenti belli e in quelli tristi. L'Eucaristia è veramente la fonte e il culmine di tutta la nostra vita. (Lo stesso - lo diciamo per inciso - dovrebbe essere per ogni cristiano, così chiamato proprio in rapporto al suo "appartenere a Cristo").
Anzi, Giovanni Paolo II, parlando delle claustrali e del nostro particolare modo di donare tutta la vita, rinunciando a molte cose - pur buone - che essa offre, dice che proprio tale donazione ci

"immette più sensibilmente nel mistero eucaristico".

Solo il Sacerdote ci può donare Gesù nell'EucarestiaInsomma, se l'Eucaristia sostiene la vita, è pur vero che la nostra vita è tutta "eucaristia". E poi, unicamente il Sacerdote ha il potere, amministrando i Sacramenti, di agire "in persona Christi", e già questo lo rende prezioso, insostituibile, caro al nostro cuore. E tutto ciò pur con i limiti tipici del suo essere uomo, anzi, ancor più caro proprio in forza di essi, che lo rendono tanto vicino alla nostra fragilità.
Per noi, ancora una volta si tratta di mettere i nostri passi sui passi di Maria, Madre di Gesù Sacerdote, e - per mezzo della preghiera e dell'offerta - sostenere coloro che il Signore chiama al ministero perché siano veramente Sacerdoti secondo il Cuore misericordioso di Gesù.

I Monasteri della Visitazione d'Italia

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