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15 giugno 2012 Omelia Cardinale Bagnasco

Riportiamo integralmente l'Omelia che S. Em. il Cardinale Angelo Bagnasco ha pronunciato venerdì 15 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù nella Chiesa del Monastero della Visitazione di Genova, in occasione della solenne Concelebraziione per la Professione Perpetua di due Sorelle della Comunità: Sr Maria beatrice e Sr Francesca teresa.

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, rappresentate la comunità cristiana della nostra Diocesi in questo momento per assistere e condividere questo momento di gioia, di grazia, per la Comunità monastica contemplativa della Visitazione, ma anche per tutta la nostra Diocesi. Momento di grande gioia, quindi, per queste due nuove professioni solenni, per queste due nostre Sorelle che vengono ad arricchire e a continuare una presenza preziosissima nella nostra chiesa locale, poiché la presenza di questa famiglia religiosa, e  di ogni presenza contemplativa nelle diverse chiese sparse nel mondo, è veramente un dono impagabile di Dio. Perché a voi, care Sorelle, come ben sapete, affidiamo ogni giorno il compito di pregare per tutti noi, per Genova, in tutte le sue S. Em. il Card. Angelo Bagnasco durante l'omelia pronunciata in occasione della solenne concelebrazione Eucaristica per la Professione Solenne e la festa del Sacro Cuorecomponenti: sacerdotali, religiose, laicali, per le famiglie, i ragazzi, i giovani, perchè la grazia di Dio conforti, purifichi, fortifichi ciascuno e la comunione, l'unità profonda di amore e di fede della nostra Diocesi attorno al successore degli Apostoli, il Vescovo, e stretti intimamente al Papa, successore di Pietro, possa crescere. A voi, carissime Sorelle, che avete chiesto la professione perpetua, che cosa dire di particolare? Mi rifaccio alla prima lettura: la vocazione di Samuele, dove, nella ricchezza consueta della Parola di Dio, vorrei mettere in rilievo due passaggi preziosi. Il primo, questo: quando il testo, di fronte allo smarrimento, all'incertezza di Samuele, di fronte alla chiamata, davanti alla chiamata di Dio, annota: "Samuele non aveva ancora conosciuto il Signore". Non ci deve sfuggire questo piccolo passaggio. Come a dire: il Signore lo possiamo conoscere solo quando ci lasciamo prendere da Lui, quando ci lasciamo coinvolgere, quando giochiamo la nostra vita nel rapporto con Lui dentro ad una vocazione, ad una chiamata: "Samuele!" e ad una risposta: "Eccomi!" E allora, care Sorelle, non dimentichiamolo mai: la fede è qualcosa di vivo, di ardente, non è qualcosa da mettere in un cassetto, in qualche cassetto della nostra anima perché qualora lo aprissimo questo cassetto, col passare degli anni, non troveremmo più nulla, perché essendo qualcosa di vivo deve essere coltivato, alimentato, custodito, all'occorrenza difeso. Questo è il dono della fede. Ma proprio perché è una cosa viva, palpitante, può essere accresciuta, motivata e difesa soltanto nella misura in cui, come Samuele nell'Antico Testamento, ognuna di voi, ognuno di noi, ogni giorno, si gioca con Lui: "Eccomi, Signore!" Rinnova quella decisione di incontro, di coinvolgimento, di messa in discussione di se stessi, non degli altri, né della Comunità, né delle Sorelle, né della Chiesa, ma di se stessi dentro al rapporto con Lui. Tutto il resto è secondario. Ma se invece, nella nostra vita spirituale, noi ci teniamo a distanza, paghi del nostro tran-tran quotidiano, delle nostre abitudini religiose, del nostro buon senso, del nostro perimetro di vita, e non siamo disposti ogni giorno a rispondere a Lui per coinvolgere la nostra vita e cambiarla, all'occorrenza, e deve essere sempre convertita, dentro a questo rapporto di amore la nostra fede diventerà languida, sempre più fredda e non illuminerà più, non riscalderà più né il cuore, né la vita e tutto  diventerà grigio nella nostra esistenza. Sia che viviamo dentro alla cella dei nostri conventi e dei nostri monasteri, sia che viviamo nelle nostre parrocchie, per le nostre strade, nelle nostre famiglie, tutto diventerà grigio, incolore, senza o con poco significato, incapace di far vibrare l'anima, di riscaldare il cuore, ma ricordate, ricordiamo, la colpa, la responsabilità non sarà fuori di noi, nell'ambiente e in ciò che facciamo, ma sarà dentro di noi perché ci saremo lasciati invadere dal gelo delle nostre comodità, delle nostre opinioni, di noi stessi. Ma vi è un secondo passaggio del testo antico che vorrei ricordare. Il brano termina con queste parole: "Samuele, Samuele!" "Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta." Si interrompe qui il brano di oggi e direi in modo non casuale, quasi per suggerirci un'apertura, per indicarci che ogni giorno dobbiamo scoprire la volontà di Dio giorno per giorno, docili e obbedienti alla sua volontà che si palesa attraverso la Chiesa che si palesa attraverso il Magistero, attraverso il Vangelo, attraverso la divina liturgia, attraverso le circostanze che si presenteranno a noi e che saranno come il mantello dietro il quale il Signore desidera essere riconosciuto dagli occhi della nostra fede. Ogni giorno. All'inizio di ogni nuovo giorno, pur dentro alla vostra vita scandita, organizzata, ordinata come è giusto, il Signore sarà sempre la vostra novità e la nostra novità se noi avremo e manterremo ogni giorno l'apertura del cuore. Ma vi è una terza cosa che vorrei consegnare a voi e raccomandare a tutti noi. Nasce dalla seconda lettura, ben nota, come ben sappiamo dove ci viene indicato, possiamo dire così, un criterio, una segnaletica, una prova per cui possiamo valutare se viviamo ogni giorno giocandoci con il Signore Gesù disposti a fare la sua volontà, anche se ci chiede di cambiare certi nostri modi di pensare, di sentire, di volere, agire, oppure no, aldilà delle nostre parole, dei nostri sentimenti, magari anche veri, ma che non corrispondono ai fatti e qual è questa prova, questa segnaletica? E' vivere nell'amore. Può essere quasi ovvio o, peggio, banale usare questa parola così consumata e così bistrattata anche oggi, in casa e fuori casa. Vorrei tradurre questa parola profondamente cristiana che è teologale perché è la verità di Dio, Dio è amore. Vorrei tradurla con un'altra parola, forse di minore intensità e pregnanza, ma in questo momento, forse, di maggiore concretezza ed è questa: benevolenza. Se l'amore non diventa un atteggiamento di benevolenza verso coloro che ci circondano l'amore è una parola astratta. E tutti noi sappiamo bene cosa vuol dire essere benevoli verso gli altri, essere benevoli anche verso di noi. A volte non lo siamo. Non significa avere la coscienza larga e perdonarci tutto a buon mercato. Significa volerci bene e non schiacciare noi stessi, da soli. Benevolenza verso la vita, le circostanze e le situazioni, gli impicci che ovunque, ogni giorno, per chiunque si presentano perché fanno parte dell'esistenza umana. Benevolenza. Un atteggiamento di benevolenza che è positivo, che è sorridente, se non fuori, almeno dentro di noi. Che ci impedisce quello sguardo cupo, torvo, che non è soltanto del volto, ma dell'anima e che rende l'ambiente dove viviamo, piccolo o grande che sia, un ambiente pesante, irrespirabile. Tuttavia sappiamo che ci sono presenze di fratelli o di sorelle la cui sola presenza rende sereno, luminoso l'ambiente senza che nulla dica, o al contrario pesante, irrespirabile, opprimente. Perché? Prima e aldilà di ogni parola è il cuore che si riflette nello sguardo,  nel volto e lascia trasparire a coloro che ci circondano un mondo interiore e un atteggiamento che o è di benevolenza nelle difficoltà di tutti, o è di chiusura, di cupezza, pesante  e irrespirabile. Care  Sorelle, se tutti abbiamo bisogno di benevolenza donata e ricevuta, quanto più là dove per vocazione si vive in un ambiente delimitato, secondo la tradizione della Chiesa, c'è bisogno di benevolenza. Di presenze, cioè, che rasserenano perché sono serene dentro e sonno serene e pacificate interiormente perché abbandonate alla volontà di Dio; perché non preoccupate per il proprio benessere, qualunque esso sia e comunque inteso, ma preoccupate degli altri. Il Cuore Sacratissimo di Gesù.  In questo giorno carissimo alla Chiesa, nel mondo, la vostra professione solenne  avviene: deponetela nel suo Cuore. Che cosa ha da dirvi di particolare il suo Cuore? Quello che vi ho detto poc'anzi. Il fluire dal Cuore di Cristo del sangue e dell'acqua, i Sacramenti della Chiesa, esprimono l'amore misericordioso di Dio. Esprimono il volto vero di Dio che è l'amore benevolo verso il mondo. Non dimentichiamolo mai. E tutte le volte che vedrete e che pregherete il Cuore Sacratissimo di Gesù pensate alla vostra professione di oggi.

La testimonianza di Sr Maria Beatrice KerafSr Maria Beatrice Keraf e Sr Francesca Teresa Lamen

Ti ringrazio o mio Signore perché mi hai dato il dono più bello e prezioso agli occhi miei, perché la tua bontà mi ha colmato di un sentimento così straordinario e potente di quella grazia di essere unicamente tutta tua. E grazie anche, o mio Gesù, di avermi donato lo Spirito Santo per illuminarmi e guidarmi sulla via della verità, conoscere cioè la mia vera vocazione. Ma che cos'è questa vocazione per me? Per me questa vocazione è un rapporto vitale con una Persona vivente: TU e io. Non c'è mai qualcosa di personale più grande del "si d'amore" di me stessa davanti al mio Signore. Egli mi chiama per nome e io rispondo : "eccomi". Non sono io che ho scelto questa strada ma Lui che ha scelto me. Dice infatti il profeta Geremia: "Prima di formarti nel grambo materno io ti ho conosciuto, e prima che tu uscissi dal grembo di tua madre io ti ho mandato". Io sono solamente una povera e miserabile creatura ma Lui ha operato verso di me secondo la sua misericordia. Allora sono felice e nella gioia di aver potuto vivere quel grande giorno completamente e unicamente con il mio Gesù. Non solamente per me personalmente e per la mia Comunità, né per la mia famiglia, ma per tutta la Chiesa.  Ora con un grido di gioia, canto con il profeta Isaia: "Io gioisco pienamente nel mio Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché ha fatto in me grandi cose".

 

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