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La vita di ogni giorno

Il vostro servizio primario per questo mondo deve essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino officio.

(Benedetto XVI, Discorso, 9 settembre 2007)

Tutto ciò che voi siete, tutto ciò che voi fate ogni giorno,che si tratti dell’Ufficio recitato o cantato, della celebrazione dell’Eucaristia, di lavori nella cella o in gruppi fraterni, del rispetto della clausura e del silenzio, di mortificazioni scelte o imposte dalla Regola, tutto è assunto, santificato, utilizzato da Cristo per la redenzione del mondo.

(Giovanni Paolo II, Discorso, 2 giugno 1980)

Nella chiesa del Monastero condividiamo ogni giorno con i fedeli la partecipazione alla Celebrazione Eucaristica
A questo punto invitiamo il lettore a seguirci, un po’ in punta di piedi, all’interno della nostra vita.  Facciamo seguendo come traccia le tante domande che ci sentiamo porre da coloro che, per l’uno o l’altro motivo, bussano alle porte delle nostre case.
Quello che si apre a questo punto è un “dialogo del cuore”, un modo per conoscerci “dal di dentro”, sfatando i tanti luoghi comuni di cui le suore sono protagoniste.

I ritmi del vivere

Iniziamo il nostro cammino dall’esterno, vale a dire dal modo concreto in cui “migrano i nostri giorni.
La sveglia per noi suona verso le 5,30 e la giornata si chiude intorno alle 22,00.La Liturgia delle Ore impegno nella Chiesa, per la Chiesa, per il mondo La trascorriamo in un’alternanza di preghiera e lavoro; coloro che abitano vicino ad uno dei nostri monasteri probabilmente sentono, in ore diverse, il suono del piccolo campanile: sono i momenti in cui ci riuniamo tutte in coro per la preghiera comune. Il centro della giornata è la Santa Messa ed importantissima è la recita della Liturgia delle Ore.
Altro tempo è dedicato alla formazione permanente, sia a livello individuale sia comunitario, perché per tutta la vita abbiamo bisogno di approfondire il nostro rapporto con il Signore: Egli è amore senza limiti ed è così bello avere sempre qualcos’altro da scoprire di Lui!
Va detto che tutta la giornata trascorre in silenzio, un silenzio coltivato anche con fatica, che è per l’anima quel che l’acqua è per il pesce: elemento vitale. Questo non significa che non si possa mai parlare, tutt’altro! Noi possiamo parlarci brevemente durante il giorno, per esempio, per un accordo di lavoro, e sempre per motivi di carità, radice da cui deve partire ogni azione. Due tempi, dopo pranzo e dopo cena, sono destinati alla ricreazione, durante la quale ci ritroviamo tutte insieme e parliamo liberamente, proprio come si fa nelle famiglie.
Come si vede, è una vita molto regolare. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si dipana in modo sempre uguale. La spasmodica ricerca della novità fine a se stessa, che è una delle molle dell’agire di tante persone, la fa sembrare semplicemente incomprensibile.La serena distensione della ricreazione e la condivisione fraterna ci fanno vivere la quotidiana gioia dello stare insieme Sembra che sia piatta, invece è profonda. È vero che la fragilità umana è grande e che, di conseguenza, si possono attraversare momenti di “stanca” – come si dice – in cui più che essere noi a portare avanti l’esistenza è l’esistenza regolata che porta avanti noi; tuttavia, l’ideale che abbiamo abbracciato, la grazia di Dio chNel silenzio del chiostro Dio ci parlae ci previene e la materna, costante presenza di Maria che ci guida sono infinitamente più grandi. Di conseguenza, quando un’anima è fedele ai suoi impegni e cerca di metterci tutto l’amore di cui è capace, il Signore la porta a vivere con intensità sempre maggiore. La grandezza della nostra vocazione, dicevamo, sta nell’amore, e l’amore non è mai ripetitivo, nemmeno quando compie mille e mille volte gli stessi gesti e dice le stesse parole. L’esempio classico degli innamorati calza a pennello: ci sforziamo di amare Gesù e condividiamo la sua stessa passione per la salvezza delle anime. Qui non c’è spazio per abitudini di sorta!

 L’organizzazione interna, la formazione e il lavoro

Proseguiamo il nostro cammino in un’altra direzione: quella dei diversi compiti. A differenza di quanto spesso si pensa, immaginando la clausura come una specie di monarchia assoluta, diciamo subito che la nostra è una società perfettamente democratica. Ogni tre anni eleggiamo una Superiora e un Consiglio, che aiuta la Madre nel non facile compito di portare avanti la Comunità. Inoltre, le decisioni più importanti sono prese solo dopo aver consultato tutte le sorelle. La vita comunitaria, poi, richiede organizzazione, perciò ognuna ha il proprio compito che cerca di svolgere nel migliore dei modi come servizio reso alle altre e come offerta di tutto il suo essere a Dio. Qualcuno si occupa della cucina, qualcun altro del guardaroba, altre ancora dell’amministrazione… e così via. L’“incarico” più importante, il più fruttuoso, il Signore lo dà alle sorelle ammalate, che sono le nostre “montagne d’oro” – così erano chiamate dalla Fondatrice. Strettamente unite al Cristo crocefisso operano per il bene della comunità e della Chiesa molto più di altre che sono nel pieno dell’attività.L'Amore di Gesù attira i loro cuoriUna parola a parte la dedichiamo ai nuovi germogli. Come vivono le sorelle in formazione? Postulanti e novizie fanno vita un po’ a sé, sotto la guida di una “Maestra”, la sorella incaricata, appunto, della loro formazione. In pratica partecipano alla preghiera e ai pasti con le altre e per il resto – salvo sporadiche occasioni – svolgono le loro attività nei locali del cosidIl gioco è palestra di unione fraternadetto “noviziato”. Anche le ricreazioni vengono fatte separatamente… quelle del noviziato sono generalmente più “rumorose”! Cosa fanno durante il giorno? Molto tempo viene dedicato alla formazione, intellettuale e – più ancora – spirituale. Studiano la dottrina ed il magistero della Chiesa, lo spirito dell'Ordine, gli scritti dei Santi Fondatori, la storia della Chiesa e dell'Ordine, un po' di musica ed in generale tutto ciò che può essere necessario ad un armonico sviluppo della persona all’interno della vita monastica.
Non si trascura, del resto, la “formazione permanente” per tutte le sorelle, attraverso quel cammino privilegiato che è il contatto continuo con la Parola di Dio e poi con l’approfondimento dei principali documenti del Magistero della Chiesa. Lo sforzo per assimilare il carisma in modo che esso diventi l’ossatura della vita religiosa – impegno che non deve mai venir meno – viene fatto proprio alla luce di quel che lo Spirito dice oggi alla Chiesa attraverso la parola dei suoi Pastori.I frutti della terra diventan afferta di vita in CristoIn monastero, comunque, non esistono incarichi più o meno onorifici; semmai a maggior apparente onore corrisponde un maggior onere reale. In fin dei conti, quando si è data la vita al Signore poco importa essere qui o lì, fare questo o quello. Certo, i doni di Dio devono essere valorizzati, e così si cerca di fare; ma sempre nell’ottica del servizio e della disponibilità ad essere impegnate in qualunque lavoro, dall’orto al piano di una scrivania!
Il lavoro… Servire la Comunità è servire Dio in ogni personaSpessissimo ci sentiamo rivolgere quest’altra domanda: “Cosa fate? Come vi mantenete?”. E rispondiamo che, prima di tutto, lavoriamo per il nostro sostentamento. Molte energie sono impiegate nella manutenzione ordinaria del fabbricato, nella confezione dei nostri abiti e di tutta la biancheria di casa e nelle altre molteplici necessità di una famiglia piuttosto numerosa; insomma, cerchiamo di essere il più possibile autosufficienti.
Per quel che riguarda, invece, i lavori per l’esterno, ogni comunità – nel limite del possibile – cerca di potersi sostenere svolgendo quelle attività che maggiormente rispondono alla sua particolare fisionomia. Sperimentiamo, poi, ogni giorno quanto sia vero che il Signore non abbandona coloro che si affidano a Lui e come la Provvidenza venga incontro a tutte le necessità con sollecitudine a dir poco commovente.

La vita fraterna -  Silenzio e parola

In una civiltà sempre più mobile, sonora e parlante, le zone di silenzio diventano una necessità vitale. Amate la vostra separazione dal mondo del tutto paragonabile al deserto biblico. È qui che il Signore parla al vostro cuore e vi associa strettamente alla sua opera di salvezza.

(Giovanni Paolo II, Discorso, 2 giugno 1980)

Vorremmo spendere una parola anche sul significato e sull’importanza del silenzio, per noi e non solo per noi. In effetti, questo sembra essere particolarmente lontano dall’esperienza della maggioranza delle persone, eppure è (o, meglio, “dovrebbe essere”) uno dei cardini di una vita semplicemente umana. In questo senso, basta riflettere un attimo per rendersi conto di un’esperienza che è di tutti: la molteplicità dei contatti, delle parole dette, lette o ascoltate, delle informazioni che si accavallano, delle sollecitazioni di ogni genere con cui il mondo bombarda oggi le coscienze crea dispersione e fa sentire sempre più vuoti. Il silenzio, proprio un silenzio “fisico”, conquistato con la mortificazione, è semplicemente indispensabile per la sola esigenza di essere uomini, per non lasciarsi frantumare. Questo è il silenzio che siamo tutti tenuti a conservare. In questo ambito di quiete si sviluppa un altro “silenzio”: quello profondo, che permette il contatto con Dio, e si costruisce nella preghiera. Questo è il più importante, perché evita la dispersione dell’anima nelle futilità, previene il suo attaccarsi a cose dannose, l’aiuta nella lotta contro il peccato e, di conseguenza, pone le basi della sua più autentica felicità. È il silenzio che noi impariamo prima di tutto da Maria, che

“serbava tutte le cose che riguardavano il Figlio e le meditava nel suo Cuore”

(cfr. Lc 2,19.51)Nel silenzio Dio si svela al nostro cuore

Questo è il silenzio che, come una presa di corrente, fa innestare la spina della nostra esistenza direttamente alla fonte di ogni bene: l’Amore del Padre.
La necessità di mantenere un clima di silenzio interiore ed esteriore non deve far pensare alla clausura come ad un luogo isolato, in qualche modo “impermeabile” alle vicende del mondo. L’informazione arriva, eccome! L'importante non è ottenere una grande quantità di notizie, quanto arrivare al significato profondo delle cose; solo in questo modo tutto ciò che arriva dall'esterno diventa per noi spunto e stimolo per la preghiera e per una vera crescita spirituale. Così, pur non partecipando alla frenesia che regna sovrana, condividiamo di cuore tutte le vicende importanti del mondo che ci circonda. L’accesso ai mezzi di comunicazione è regolato da norme precise stabilite dalla Chiesa . Non seguiamo la televisione né siamo in rete, ma la Madre riceve l’Osservatore Romano, il quotidiano Avvenire, il settimanale diocesano e qualche altra pubblicazione di carattere religioso. La Madre – o qualche altra sorella da lei incaricata – esamina e seleziona dai vari organi di informazione le notizie salienti. Poi, sia di queste che delle intenzioni affidate, informa la comunità affinché tutte si sentano stimolate a pregare e a offrire per tutti. Questa “censura” – parola che suona decisamente sgradita agli orecchi del mondo di oggi – è del tutto indispensabile. Non va intesa, però, come una cosa negativa; per noi è fonte di grande libertà interiore, perché ci libera da tanti condizionamenti che, lo vogliamo o no, entrano nelle case attraverso i mezzi di comunicazione. Non si può pregare, aprire il cuore all’infinito amore di Dio, se lo si è prima lasciato riempire di tante povere cose.

Distanti, ma vicine

La clausura papale, con la sua forma di separazione particolarmente rigorosa, meglio manifesta e realizza l’integra dedizione delle monache a Gesù Cristo. Essa è il segno, la protezione e la forma della vita integralmente contemplativa, vissuta nella totalità del dono, di modo che Gesù sia veramente il Signore, l’unica nostalgia e l’unica beatitudine della monaca, esultante nell’attesa e raggiante nell’anticipata contemplazione del Suo volto.

(Istruzione Verbi Sponsa, 10)

Non solo l’informazione, ma anche i contatti diretti con l’esterno sono regolati da norme precise. Le sorelle possono ricevere visite e possono scrivere, nel rispetto del principio evangelico della carità e con equilibrio. Il telefono non è direttamente accessibile alle singole sorelle. La Madre – o chi per lei – riceve le eventuali chiamate che vengono poi riferite all’interessata. Quando, nei diversi incontri, affrontiamo questo argomento, molto spesso i nostri interlocutori rimangono sconcertati: queste norme paiono loro eccessivamente dure. In realtà, non ci siamo staccate dalla famiglia e dalle persone che amiamo per dimenticarle, ma per amarle meglio. Se fino al giorno in cui siamo entrate in monastero potevano ricevere da noi qualche scampolo del nostro tempo, ora in effetti, per mezzo della preghieraLa fiamma dell'Amore divino riscalda e vivifica quella degli affetti terreni, diamo loro tutta la vita. Questa convinzione non elimina le difficoltà; l’ideale abbracciato non rende tutto facile e la vita non diventa, in un colpo solo… color di rosa! In un primo momento il distacco dagli affetti familiari e da tutto ciò che ha costituito il tessuto dell’esistenza provoca inevitabilmente una lacerazione e una sofferenza. Per quanto la grazia della vocazione sia più forte di ogni legame terreno, non si può negare che nessuno entra in monastero ridendo: le lacrime scendono ordinariamente a bagnare la soglia della clausura! Va pur detto che, di solito, a soffrire di più sono i nostri familiari perché, anche quando non pongono ostacoli alla vocazione delle figlie, non sono loro ad aver ricevuto la chiamata. Questo però, nel tempo, lascia spazio ad una consapevolezza più profonda: se il legame fisico è interrotto, non lo è quello spirituale che, anzi, si affina ogni giorno di più. Per cui va a finire che gli stessi genitori spesso sentono più vicine le figlie che sono in clausura rispetto agli altri i quali, magari, vivono loro accanto. È esperienza comune che, col passar del tempo, gli intervalli tra una visita e l’altra diventano sempre più lunghi e possono passare dei mesi senza incontrarsi. Ciò non toglie che, invece, il contatto nei Cuori di Gesù e Maria sia continuo. Gesù una volta ha detto a Santa Caterina da Siena:

“Figlia mia, pensa a me ed Io penserò a te e a tutte le cose tue”.

Noi sperimentiamo ogni giorno la verità di questa promessa. Inoltre, quello degli affetti è uno dei doni più radicali e, di conseguenza, più graditi a Dio e più proficui per il bene della Chiesa e dei fratelli.

La vita comune: croce o delizia?

Impegnandovi a realizzare comunità fraterne, voi mostrate che grazie al Vangelo anche i rapporti umani possono cambiare, che l'amore non è un'utopia, ma anzi il segreto per costruire un mondo più fraterno.

(Benedetto XVI, Discorso, 10 dicembre 2005)

Preghiera, lavoro, tempi di formazione… sempre insieme, sempre in comune. Viene in mente quelGesù è tra noi, riunite nel suo nome: Vita communis, maxima poenitentia (la vita comune è la più grande penitenza), un antico adagio che circola – tra il serio e il faceto – nelle comunità religiose. Ma è davvero così? Sinceramente, anche guardando la cosa da un punto di vista solo umano, non ce la sentiamo proprio di sottoscrivere questa affermazione ad occhi chiusi. È vero che la comunità ha i suoi inconvenienti, ma è anche vero che sono molte di più le sue ricchezze. Noi assomigliamo un po’ a quelle famiglie allargate che erano la norma nei nostri paesi fino a non molti decenni fa. Ognuna porta la sua esperienza, la sua carica umana e spirituale, i suoi limiti e tutto ciò diventa la palestra per esercitare una carità che non si ferma alla scorza, dolce o amara che sia, ma sa vedere il volto di Dio nella persona che le cammina a fianco. In effetti, la forza di una comunità non sta nell’efficienza misurata con parametri “orizzontali”, ma nell’efficacia della sua totale offerta al SignoreLa forza della preghiera sta nel cuore della Comunità riunita nel nome di Cristo. Ci si vuol bene non perché ci si è scelte in base a simpatie umane, ma perché – pur con i nostri limiti e nonostante essi – sappiamo di essere incamminate verso la medesima meta ed abbiamo il medesimo fine: la gloria di Dio e la salvezza di tutti, ma proprio tutti, i fratelli.
Anche la vita fraterna, inoltre, è profezia di una realtà che la supera infinitamente. Il fatto è che il nostro stare insieme non proviene da motivi umani, ma da una precisa volontà di Dio che ci ha scelte e qui riunite per amore e nell’amore. Per questo, siamo chiamate ad essere un’immagine – pur molto limitata – di quella comunione d’amore che “circola” tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo, dove ognuna delle Persone divine è dono totale alle altre; in Cielo vivremo questa realtà in pienezza e qui in terra ci sforziamo di anticiparla.
Ogni momento di gioia, di fatica, di offerta è condivisa nell'unione dei cuoriLa “profezia” nasce nel momento in cui tutto questo si pone di fronte alla realtà concreta in cui si dibattono tanti nostri fratelli. Viviamo, infatti, in un contesto sociale dove la famiglia si va sempre più disgregando, in cui i rapporti reciproci di molti (non di tutti, grazie a Dio) si basano sempre più sulla logica del “mi piace” o “non mi piace”, “mi sento” o “non mi sento”. Una comunità veramente fraterna testimonia che la fedeltà agli impegni assunti, la condivisione profonda, la collaborazione per costruire ogni giorno un nuovo spazio abitato dall’amore reciproco – attinto alla fonte dell’amore di Dio – sono tutte strade percorribili da persone normali e non sentieri impervi riservati a qualche… stambecco dello spirito!
Per una comunità che cerca di vivere in questo modo, allora, l’alternativa non sarà più “croce o delizia”. A dispetto delle croci, infatti, la delizia non mancherà.
 

 

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