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La "Chiamata"

All’origine di ogni cammino vocazionale c’è l’Emmanuele,  il Dio–con–noi.
Egli ci rivela che non siamo soli a costruire la nostra vita,
perché Dio cammina con noi in mezzo alle nostre alterne vicende
e, se noi lo vogliamo, intesse con ciascuno una meravigliosa storia d’amore,
unica ed irripetibile e, al tempo stesso, in armonia con l’umanità e il cosmo intero.

(Giovanni Paolo II, Messaggio, 14 settembre 2000)

Continuiamo il nostro dialogo… “a distanza”. Finora siamo rimaste su temi di carattere generale. Ma una Comunità non è composta di elementi astratti, è fatta di persone concrete, con un volto ed una storia ben precisi. Il legame tra la realtà oggettiva di un Ordine già ben radicato nella Chiesa e la nostra piccola realtà personale sta tutto in un fatto: l’aver scoperto che quel carisma che abbiamo tentato di spiegare, quella missione che ci siamo sforzate di delineare, ad un certo punto li abbiamo visti come qualcosa di nostro, fatto proprio per noi, su misura del nostro cuore e delle nostre aspirazioni. Questa è, almeno un po’, la “vocazione”. Come ci si arriva? È a questa domanda che tentiamo di dare una risposta, tenendo sempre presente che ognuno ha il suo cammino e che, quindi, non si può generalizzare troppo, perché i segni di vocazione possono manifestarsi in modo molto diverso.Il dialogo con Gesù illumina e sostiene il cammino di ricerca

Scoprire il “sogno” di Dio

Cos’è una vocazione

La nostra vita è dono di Dio. Dobbiamo farne qualcosa di buono.Cristo chiama a questa straordinaria avventura molti fra voi.Egli ha bisogno, vuole avere bisogno delle vostre persone, della vostra intelligenza, delle vostre energie, della vostra fede, del vostro amore, della vostra santità.

(Giovanni Paolo II, Messaggio, 6 gennaio 1979)

Parlare di vocazione significa innanzi tutto tornare ad una verità su cui poco si riflette. Intendiamo semplicemente questo: il nostro Dio non è un essere vago, indefinito, perso in un qualche angolo del cielo, senza vere relazioni con noi, poveri mortali. No. Dio è amore, solo amore, nient’altro che amore; amore concreto, vivificante, che si rivolge personalmente a ciascuno dei suoi figli. Il Padre ha per ognuno un “sogno” meraviglioso: il sogno di renderci beati quaggiù – pur in questo tempo di prova – e poi per l’eternità. E questo suo sogno si realizza in un ben definito progetto di vita. Non bisogna nemmeno dimenticare che la vocazione è un dono, qualcosa che la persona riceve ed accoglie; non è un mestiere, una professione scelta in base ai doni naturali e alle inclinazioni. La vocazione, insomma, parte “dall’alto” e non “dal basso”. Il punto fondamentale non sta nel cercare di capire se questa strada piace a me, ma se sono disposto a camminare su di una via che Dio ha già tracciato.Il problema, allora, si può sintetizzare così: come conoscere il “sogno” che Lui ha su di me?  Innanzi tutto pregando, aprendo il cuore nel sincero desiderio e nella ferma certezza che, prima o poi, la risposta arriverà. Sì, perché solo la preghiera ci mette in contatto con Dio e rende “l’orecchio interiore” sensibile alla sua voce. Si tratta di una preghiera semplice e personale, umile e fiduciosa, che sgorga e si alimenta nella preghiera liturgica e comunitaria. Così si costruisce, aiutati dalla comunità dei fratelli nella fede, una vera amicizia con Gesù. La chiarezza di cui abbiamo bisogno, infatti, viene solo dall’intimità con il Signore e dall’affidamento – importantissimo – a Maria. L'affidamento filiale e fiducioso a Maria dona la forza al nostro SISpendiamo una parola su quest’ultimo punto, perché è una parte che non sempre viene messa sufficientemente in luce; l’esperienza, invece, fa toccare con mano quanto sia fondamentale questa presenza materna. E non si tratta di una nostra fantasia o di una forma di devozione ormai sorpassata. Si fonda sulla tradizione della Chiesa, sulla storia dell’Ordine e – ancora oggi – sul recente magistero dei Papi. Solo tre brevissimi accenni; Paolo VI disse:

“Non si può essere cristiani senza essere mariani”;

Giovanni Paolo II ci ha messo davanti per ventisette anni, con il suo Totus tuus, il ruolo di Maria nella nostra vita;
Benedetto XVI ha detto ai seminaristi a Colonia nel 2005 (e lo ha ribadito – con parole diverse – in altre circostanze):

“Il segreto della vocazione è conservato nel Cuore Immacolato di Maria”.

Questa realtà – che non vale solo per i chiamati al sacerdozio – è profonda e molto concreta.

Il discernimento vocazionale

Solo nella misura in cui fa una personale esperienza di Cristo,il giovane può comprendere in verità la sua volontà e quindi la propria vocazione. Più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo.

(Benedetto XVI, Discorso, 19 agosto 2005)

Riproponiamo la nostra domanda fondamentale: “Come conoscere il sogno di Dio su di me?”. Rispondiamo: Nella preghiera, nel contatto vivo con il Signore presente nell’Eucaristia, nella frequenza alla Confessione e alla direzione spirituale (che è irrinunciabile perché noi siamo pessimi giudici di noi stessi), il tutto vissuto in un clima di affidamento a Maria, si arriva al punto in cui si dice: “Bene, io sento che quella è la mia strada”. Una persona, insomma, vede se stessa pienamente realizzata solo in quel contesto che l’attrae con tanta forza. Questa chiarezza, che non è frutto del solo ragionamento umano, può arrivare in un momento, oppure può manifestarsi un po’ alla volta: ogni storia, infatti, è diversa.
Ora, quando si prende consapevolezza di ciò, può capitare benissimo che si abbia paura di questa stessa strada, che si sia spaventati dalla definitività della scelta, dalla sua radicalità: è un’esperienza abbastanza comune. Specialmente quando ci si sente chiamati alla clausura, non è raro che il primo moto sia quello di dire: “Dentro lì? Guai, muoio!”. Davanti a una grata, come quelle che si vedono qui in monastero, facilmente si ha l’impressione di trovaLa prima esperienza nel posto che Dio da semore ci ha preparatorsi in un carcere, mentre per chi vi è chiamato è il luogo della libertà. Cosa diciamo, allora? “Mai spaventarsi!”. Quando una persona sente – qualunque sia la sua vocazione – un impulso come quello che abbiamo descritto; una volta che questo impulso è vagliato nella preghiera e con l’aiuto della guida spirituale (il sacerdote non si sostituisce mai a noi, ma ci affianca e ci aiuta a fare chiarezza); una volta che si son presi i contatti con la realtà in cui si vuole entrare e si valuta se si posseggono le caratteristiche necessarie (per noi sono alcune, per la vita attiva sono altre, per il matrimonio altre ancora); una volta fatto questo discernimento, si può cominciare a pensare che ci sia una vera vocazione. Poi, appunto, i percorsi concreti sono tutti nella fantasia di Dio. Alle volte, anche nella situazione apparentemente meno favorevole, lo Spirito Santo trova la via del cuore e vi inserisce quel desiderio di cercare, quel vago senso di insoddisfazione che, spesso, è già un germe di qualcosa di nuovo.
Ma il cammino non è finito qui, non è che, giunti a questo punto, si possa andare a bussare alla porta di un convento o di un monastero per entrarvi immediatamente, anzi, in un certo senso, è qui che inizia il discernimento vero e proprio. Per quel che ci riguarda – dato che è di noi che stiamo parlando – generalmente, da quando una ragazza stabilisce il primo contatto, fino al momento della sua eventuale entrata tra noi, passa almeno un anno destinato ad una reciproca conoscenza e, molto più, alla verifica se quell’impulso interiore che sente sia vera vocazione oppure solo un pio desiderio. Altro elemento importantissimo che si va a valutare è la salute fisica e soprattutto l’equilibrio affettivo e psichico delle candidate. Vivere tutta l’esistenza in clausura richiede uno sforzo grande; il Signore non cerca anime eccezionali, dà tutte le grazie necessarie, ma queste grazie devono avere alla base un terreno sufficientemente predisposto.
Il discernimento prosegue in seguito anche dopo l’entrata in monastero. La Chiesa è una madre tanto sapiente quanto prudente. Stabilisce, infatti, un periodo abbastanza lungo per la formazione iniziale. Parlando di tempi minimi, trascorrono almeno cinque anni e mezzo prima dei voti definitivi, che noi chiamiamo “solenni”: sei mesi sono di postulato, due anni di noviziato ed altri tre di voti temporanei. È un periodo molto intenso, sia dal punto di vista per così dire “esterno” – adattamento alla nuova vita, studio, lavoro… – e tanto più per quel che riguarda il lasciarsi plasmare dalla grazia del Signore per diventare, giorno per giorno, quello che Lui vuole che siamo. Questo è certo un impegno che deve durare tutta la vita, ma è pur vero che gli anni della formazione iniziale sono fondamentali perché è proprio in essi che si gettano le basi di tutto quello che verrà. Insomma, pur dando lo spazio necessario alla formazione intellettuale, la cosa più importante è che la sorella abbia la possibilità di assorbire e far propri i criteri essenziali affinché ogni più piccolo aspetto dell’esistenza sia vissuto secondo la volontà di Dio, amata, accolta, eseguita a partire da una lucida visione di fede, senza fronzoli inutili.

Il coraggio di donarsi

Gli ostacoli.

Tocca a voi rispondere. Avete forse paura?
Troverete delle difficoltà. Pensate forse che io non le conosca?
Vi dico che l’amore vince ogni difficoltà. La vera risposta ad ogni vocazione è opera di amore.

(Giovanni Paolo II, Messaggio, 6 gennaio 1979)

Il cammino che porta a comprendere il “sogno” che Dio ha per ciascuno di noi, per quanto affascinante, non è mai facile. Ostacoli se ne incontrano sempre: possono provenire da noi o dagli altri, dalle nostre paure o anche dalle diverse situazioni che ci si trova a dover fronteggiare. In ogni caso, nelle mani di Dio questi ostacoli non sono altro che opportunità che ci vengono offerte per dimostrargli il nostro amore.
Ai piedi della croce il nostro SI all'AmoreCi sono, tuttavia, alcune difficoltà che accomunano tutti, specialmente all’inizio del cammino, quando la nebbia è ancora molto fitta e di luce ne arriva quel tanto che basta a mettere in moto il desiderio di cercare. È un momento delicato, in cui i giovani hanno estremo bisogno di essere sostenuti. Noi incontriamo spesso diversi gruppi in parlatorio. Nel contatto con loro si colgono alcune costanti. Da una parte emerge chiaramente la ricchezza interiore e un’enorme sete di amare ed essere amati. Dall’altro lato, però, hanno spesso assorbito dal mondo in cui sono immersi (famiglia, scuola, società, mezzi di comunicazione…) un’idea del tutto sbagliata di cosa sia in verità questo amore. Lo confondono con il sentimento; lo desiderano eterno, ma non sanno pensare alla definitività di una scelta che sia per tutta la vita; lo vorrebbero totale, ma nessuno ha mai loro insegnato che ciò significa sacrificio. In una parola: vivono una scissione profonda, che si riflette poi in tutti gli ambiti della vita; e nel rapporto con Dio si ritrovano le medesime contraddizioni.
Ma c’è anche un altro scoglio difficile da superare: quello della rinuncia alla propria autonomia. Viviamo in un mondo che esalta al massimo l'affermazione di sé, in cui l'accento viene posto sulla libertà intesa come autonomia assoluta di decidere della propria vita; in pratica l'individuo diventa norma a se stesso. Di tale cultura, volenti o nolenti, siamo impregnati tutti. Per questo il passo più difficile sta nel rinunciare a mettere se stessi al centro di ogni cosa per lasciare che Dio diventi il perno dell’esistenza; sta nell'abbandonare il proprio giudizio per assoggettarsi alla Regola ed ubbidire; sta nel non avere più una libertà nel senso in cui l'intendevamo prima, per accogliere il disegno del Signore e farne la propria ragione di vita. Molte volte abbiamo toccato con mano come persone disposte a fare sacrifici eroici per scelta propria, sono poi del tutto incapaci di sottomettersi in cose da nulla.Fiduciosa confidenza nella  nella Mediazione che Dio ci offre Ma il Vangelo non fa sconti e la vita religiosa si caratterizza proprio per questa donazione totale che, se richiede di abbandonare tutto, è perché il Signore si è già impegnato per primo a dare tutto.
Quest’analisi, tanto frettolosa quanto insufficiente, fotografa solo un dato di fatto. Non intendiamo dire con ciò che i ragazzi di oggi siano peggiori di quelli di ieri, questo proprio no! Solo hanno bisogno di guide, di maestri che si pongano al loro fianco, che siano autorevoli per la vita che conducono e dei quali si possano fidare. Se trovano educatori così, sono disposti a seguirli ovunque, come dimostrano ampiamente gli incontri di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI con la gioventù di tutto il mondo. E questo discorso vale anche per la scelta vocazionale. Se i ragazzi incontrano sulla loro strada dei consacrati convinti, gioiosi e – quindi – credibili, sono veramente disposti a mettersi in gioco con tutto l’entusiasmo di cui sono capaci.

Consegnarsi all’Amore

La castità costituisce un riflesso dell'amore infinito che lega le tre persone divine. La povertà confessa che Dio è l'unica vera ricchezza dell’uomo. L'obbedienza manifesta la bellezza liberante di una dipendenza filiale e non servile.

(Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 21)

Ci rimane da dire una parola sull’ultima tappa del discernimento vocazionale, quella cui tutto converge e che tutto corona: la donazione definitiva di sé a Dio con l’emissione dei voti di castità, povertà e obbedienza. Nella mentalità comune, dire “voto” fa pensare solo ad una rinuncia, ma non è così. I voti sono, sì, degli impegni che noi prendiamo solennemente, davanti a Dio e alla Chiesa, ma li facciamo per meglio donare tutte noi stesse in un continuo atto d’amore. Quando due sposi si scambiano il consenso e si promettono reciprocamente di amarsi per tutta la vita, non fanno altro che mettere al riparo il loro sentimento sotto le ali dell’impegno che assumono, affinché esso non sia soggetto alla volubilità di ciò che piace o non piace, ma acquisti la forza e la costanza necessarie. Il fatto che scegliendo un’anima gemella si rinunci – per ciò stesso – a tutte le altre, non è vissuto come una limitazione, ma come una fonte di grande ricchezza. Anche per noi è un po’ così. Potremmo dire che rinunciamo a tutto per avere “il Tutto”.
Umanamente parlando è impossibile che una persona assuma questi impegni se non vi è chiamata da Dio; solo Lui dà la grazia di donarsi e di essere poi fedeli giorno per giorno al dono fatto. Gesù è il Dio fatto uomo, che ha dato tutto se stesso, fino all'ultima goccia di sangue per ogni uomo. Egli merita un ricambio da parte nostra e, per quanto possiamo dare, sarà sempre troppo poco, rispetto a quel che ci ha donato Lui. Dopo aver dato tutto, ci rimane la libertà interiore di chi è svincolato da qualsiasi catena; è un cammino difficile, che a momenti diventa veramente duro, ma che conduce alla gioia, alla pace, a realizzare l'aspirazione più profonda che sta in ogni essere umano: quella di amare ed essere amato senza limiti. In più il Signore ci promette la vita eterna. Lasciamo i beni che ci possono arrivare da questa vita, e troviamo quelli che non finiranno mai. Ma questo non vale solo per noi: tutti gli uomini sono chiamati alla felicità senza fine, anche se non tutti sono chiamati alla radicalità di questa vocazione.
Nella gioia del dono nella Chiesa, la presenza costante dell'Amore di Dio su di noiTenendo presente questo, non sembrerà tanto strano se diciamo che la nostra è una vita piena, anche umanamente felice. Il fatto è – qui torniamo al concetto da cui siamo partite – che ci troviamo al nostro posto, al posto che il Signore ha “sognato” per noi. Le difficoltà, certo, non mancano e non possono mancare. Non siamo un’isoletta felice nel senso di “priva di problemi”.
Anzi, per certi aspetti la fatica della clausura è maggiore perché è una vita all’insegna della radicalità. Però, nonostante tutto, dobbiamo dire proprio questo: la nostra vita è felice perché riempita dalla presenza del Signore, dalla presenza di Maria. È questa la forza che permette di affrontare qualsiasi difficoltà. E poi sappiamo di far parte di una

“compagnia di amici”

– così la chiama a volte Benedetto XVI – che non ci lascia mai soli: la Chiesa. Perciò, se c’è una cosa che proprio ci sentiamo di dire è: “Mai aver paura del Signore e di quello che ci può chiedere”, perché non si lascia mai vincere in generosità. È un’esperienza che si fa proprio giorno per giorno: nella misura in cui ci si dà, Lui riempie.

 

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